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Un estratto:
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Il ricorso alla tradizione inventata si rende indispensabile in quei casi in cui una società o un gruppo sociale, soggetti a cambiamenti più o meno radicali, avvertono la necessità di un punto fermo, dell'auctoritas di un passato inconfutabile che giustifichi e renda culturalmente accettabile il nuovo ordine costituito. In questo senso non è difficile individuare nelle signorie italiane del Rinascimento le prime forme di tradizione inventata. Nel Rinascimento la festa, che nei secoli precedenti era stata appannaggio di un intero gruppo di partecipanti, intenti, al tempo stesso, ad animarla e a contemplarla da protagonisti, finisce per scindersi in due livelli. Da una parte i promotori e i comprimari (ovvero l'elite degli invitati-padroni, con il loro corteggio di dame, di ospiti, di famigli, e il concorso dei giullari, dei buffoni, dei menestrelli, di ciò che potremmo dire gli interpreti professionali dello spettacolo); dall'altra parte la massa anonima degli invitati-servi, la folla dei meri riguardanti, chiamata ai margini della piazza esclusivamente per sublimarsi in un illusorio coinvolgimento visivo, per sostituire la propria partecipazione con la comparsa e l'applauso tributato all'mmagine altrui: l'alterità indotta ad autoilludersi nella differenza della scena, reificandosi in una nuova forza-lavoro paradossalmente sottratta ad altra merce: una forza-giuoco esibita per la durata dello spettacolo e destinata a un consumo rapido e vanificante.
Da momento di partecipazione collettiva la festa si trasforma così in celebrazione-spettacolo, diviene mezzo di convinzione di massa, strumento di organizzazione del consenso. E a questa valenza politica della festa si rifece sapientemente Lorenzo il Magnifico.
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