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Un estratto:
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Così Georges Perec. Una definizione calzante, fino a qualche tempo fa: vorrei confutarla. Proprio perché è una delle più lucide definizioni di spazio che mi sia capitato di leggere, vorrei utilizzarla come base di un ragionamento che arrivi a dire: è ectoplasmatico lo spazio; non ha bordi, lo spazio, corre in tutti i sensi, fa di tutto affinché le rotaie delle ferrovie si incontrino ben prima dell'infinito: ciò che a mio parere corrisponde al più contemporaneo modo di esperirlo, come essere umano, costruirlo (o negarlo), in campo architettonico, e probabilmente concepirlo, sulla pagina scritta. Non ho legato casualmente architettura e letteratura: non è originale affermare, sulla base di innumerevoli riscontri storici, che la letteratura rappresenta per l'architettura un'angolazione fertile per registrare i cambiamenti dinamici di una società contemporanea, come se la complessità semantica dell'oggetto architettonico venisse decodificata precisamente dalla sua restituzione letteraria e la pagina scritta divenisse così la cartina di tornasole, il banco ottico su cui inquadrare interni e esterni, questioni architettoniche immediate e lampanti e sfuggenti e oscure, tutto bidimensionalmente a fuoco. L'oggetto architettonico, città casa giardino macchina abito, possiede uno statuto semantico articolato che lo investe di volta in volta di funzioni differenti, da quella ermeneutica che rivela un dentro e un fuori, una facciata e un interno, o un insieme fluido di informazioni, a quella discriminatrice, che analizza lo spazio per interfacce e vicinanze, divisioni e contiguità, accoglie respinge filtra crea distribuisce classifica separa, a quella infine gerarchizzante, che svela spazi serviti e serventi, contenitori e contenuti. L'oggetto architettonico appare così come un potenziale di narratività, frutto di una mente (l'architetto) che deve immaginare percorsi modi d'uso tempi abitudini funzioni finalità prima di innalzare muri. Nel momento in cui l'opera architettonica viene vissuta essa è capace di ridistribuire il suo potenziale narrativo, e l'uso che lo scrittore ne fa è proprio questo: interfaccia tra testo immaginario e realtà.
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